Infarto e rischio di recidiva: perché serve un nuovo test predittivo
Una non piccola percentuale di pazienti che hanno avuto un infarto miocardico può andare incontro a una recidiva negli anni successivi, e questo anche se segue correttamente le terapie prescritte. Oggi la prevenzione secondaria si basa su farmaci, controlli regolari, alimentazione sana e uno stile di vita equilibrato, ma non sempre è sufficiente per individuare con precisione chi è davvero più a rischio.
Per questo motivo la ricerca scientifica sta lavorando a strumenti più accurati, e quindi più efficaci, per proteggere chi ha già vissuto un evento cardiovascolare.
Come si calcola oggi il rischio cardiovascolare dopo un infarto
Attualmente i cardiologi utilizzano diverse tabelle di rischio cardiovascolare, che tengono conto di fattori importanti come età e familiarità, e anche della presenza di patologie come diabete, ipertensione o malattie renali.
Inoltre si valutano i livelli di colesterolo, il peso corporeo e le abitudini di vita. Tuttavia, come spiegano gli esperti, questi strumenti non sempre riescono a distinguere con chiarezza quali pazienti siano realmente a rischio maggiore di una nuova recidiva.
D’altra parte, fino a oggi mancava un biomarcatore biologico specifico, capace di fornire un’indicazione oggettiva e misurabile del pericolo nel tempo.
Il nuovo biomarcatore: il ruolo del Tissue Factor nella coagulazione
Una svolta importante arriva da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica e condotto dalla professoressa insieme al suo team del .
I ricercatori hanno identificato un biomarcatore piastrinico in grado di predire la mortalità cardiovascolare a distanza nei pazienti già colpiti da infarto. Questo biomarcatore è il Tissue Factor, una glicoproteina fondamentale nei processi di coagulazione.
Quando il Tissue Factor è espresso sulla membrana delle piastrine – chiamate in questo caso “Tissue Factor Positive” – può favorire processi trombotici, e quindi contribuire alla formazione di coaguli che sono alla base dell’infarto miocardico.
I dati dello studio: rischio fino a 7 volte maggiore
Lo studio ha coinvolto 527 pazienti coronaropatici seguiti presso il Monzino. In tutti è stato misurato il livello di Tissue Factor piastrinico.
L’analisi ha evidenziato un dato molto significativo: nei pazienti in cui la percentuale di piastrine Tissue Factor positive era superiore al 4%, il rischio di mortalità cardiovascolare nei cinque anni successivi era da 3 a 7 volte maggiore rispetto a chi presentava valori inferiori.
E questo risultato è emerso indipendentemente da altri fattori clinici, e anche dalla terapia antipiastrinica adottata. Perciò il Tissue Factor potrebbe rappresentare un indicatore aggiuntivo e decisivo nella valutazione del rischio.
Un esame semplice, poco costoso e potenzialmente salvavita
Secondo gli esperti, la misurazione del Tissue Factor piastrinico potrebbe diventare in futuro un vero e proprio marker prognostico nei pazienti che hanno subito un infarto miocardico.
Il test, infatti, è semplice perché richiede solo una piccola quantità di sangue, ed è anche relativamente poco costoso. Così potrebbe essere integrato nella pratica clinica quotidiana, accanto agli strumenti già utilizzati.
Inoltre, avere a disposizione un biomarcatore specifico permetterebbe ai cardiologi di personalizzare meglio le terapie, e quindi di intervenire in modo più mirato sui pazienti ad alto rischio.
Infarto: prevenzione, ricerca e nuove prospettive
La prevenzione dell’infarto e della recidiva cardiovascolare resta una priorità della medicina moderna. Ma oggi, grazie alla ricerca scientifica, si apre una nuova prospettiva: non solo curare, ma anche prevedere con maggiore precisione chi potrebbe andare incontro a un nuovo evento.
E quindi questo nuovo test potrebbe davvero fare la differenza, perché identificare prima il rischio significa poter intervenire prima, e perciò salvare vite.
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